In occasione della Giornata della Memoria, la Soprintendenza archivistica e bibliografica dell’Abruzzo e del Molise propone alcuni dati e riflessioni sull’internamento nella provincia abruzzese di Chieti e sull’unicum che Castel Frentano (CH) costituì in tutta la regione.
L’internamento civile fascista: quadro normativo.
L’introduzione dell’istituto dell’internamento civile fascista risale al 1938, con r. d. 8 luglio 1938, n. 1415. Riservato agli individui di nazionalità nemica, venne presto utilizzato durante il conflitto bellico come strumento politico di repressione del dissenso e di persecuzione razziale, arrivando a includere anche gli ebrei stranieri di stati alleati dell’Italia, oltre i Rom e Sinti (spregiativamente definiti “zingari”) e gli oppositori politici.
Dalle “prescrizioni per i campi di concentramento e per i luoghi di internamento”, emanate con circolare 442/12267 dell’8 giugno 1940, si evince come l’internamento non fosse cagionato da alcun tipo di reato, ma soltanto dall’appartenenza etnica, politica e razziale. Poteva essere di tipo “libero”, una sorta di domicilio riservato agli individui meno pericolosi, cui era vietato oltrepassare i perimetri stabiliti, frequentare la gente del posto, ascoltare la radio, leggere i giornali stranieri, andare al cinema, uscire prima dell’alba o dopo il tramonto; oppure poteva realizzarsi nella sua forma più coatta, ovvero nei campi allestiti appositamente per l’isolamento di individui sospetti o pericolosi. Altra cosa erano invece i campi di concentramento propriamente detti, di tipo monogenere, finalizzati al lavoro forzato, alla degradazione e all’annientamento dei reclusi, o i campi di sterminio, come quello di Auschwitz.
L’Abruzzo e la provincia di Chieti nel sistema concentrazionario fascista.
Durante la Seconda guerra mondiale, l’Abruzzo costituì il territorio prediletto dal sistema concentrazionario fascista, con ben 15 campi di concentramento attivi su un totale di 48, e, tra il 1940 e il 1943, il maggior numero di deportati del Paese. Una scelta da ricercare senza dubbio nella collocazione geografica al centro dell’Italia, lontana dalle frontiere, incastonata tra mare e montagna, poco politicizzata e priva di grandi centri urbani.
Per quanto riguarda la provincia di Chieti, secondo il censimento fatto pervenire il 15 giugno1943 dal prefetto alla Direzione generale di polizia, Divisione AGR, sezione III, M.I., gli internati civili ammontavano a 735, di cui 123 donne e 188 ebrei, con quest’ultimo dato da riferire all’internamento libero nei vari comuni e non ai campi di concentramento, che nel teatino furono pochissimi. Chieti fu dunque seconda solo all’Aquila per numero di internati ebrei e nona in Italia, tenendo conto che la prefettura spesso non conteggiava mogli e figli minorenni, i trasferimenti e i proscioglimenti. Inoltre, a Lanciano fu in funzione, fino al 1942, uno dei sette campi di internamento femminili presenti in tutta Italia (gli altri situati rispettivamente a: Petriolo, Pollenza e Treia in provincia di Macerata; Casacalenda e Vinchiaturo in provincia di Campobasso; Solofra in provincia di Avellino). La struttura e le vicende di questo campo ci sono state tramandate dalla prima e unica testimonianza scritta pubblicata in Italia sull’internamento fascista: L’internata numero 6, di Maria Eisenstein, un’ebrea viennese che si trovava in Italia per ragioni di studio.
Dall’armistizio alla linea Gustav: guerra, caos amministrativo e scioglimento dei campi.
In seguito all’armistizio di Cassabile, firmato il 3 settembre del 1943, mentre l’esercito è allo sbando e le strutture amministrative disgregate, gli Alleati risalivano la penisola, operazione preceduta da un cruento bombardamento a tappeto su gran parte dell’Italia occupata, tra cui una indifesa Pescara, colpita nella giornata del 31 agosto 1943. La città venne quasi completamente distrutta e di conseguenza progressivamente abbandonata da buona parte dei suoi abitanti che si rifugiarono nel circondario. Tuttavia, le bombe non risparmiarono i luoghi strategici della provincia di Chieti, tra cui Francavilla al Mare, Fossacesia, Ortona, Vasto e San Salvo, provocando un massiccio via vai di profughi, ebrei italiani e stranieri già internati, soldati ex prigionieri, disertori e antifascisti.
I pochi campi di concentramento presenti nella provincia furono automaticamente sciolti, mentre gli internati vennero progressivamente liberati, sebbene a macchia di leopardo a causa del diffuso disordine amministrativo, secondo le regole del diritto internazionale e della convenzione di Ginevra (l’Italia, infatti, non risultava più uno stato belligerante o neutrale).
Tuttavia, non appena i soldati tedeschi si impossessarono delle leve di comando, le autorità amministrative rimisero in funzione l’internamento degli stranieri, o almeno di quelli non ancora latitanti. Nel frattempo, gli Alleati giungevano a Vasto, sede del quartier generale dell’Ottava Armata; da lì a poco il fronte Adriatico avrebbe assistito al cristallizzarsi di una guerra di posizione lungo quella ricordata come la linea Gustav, un sistema di difese che tagliava l’Italia dal Garigliano, passando per Cassino, Alfedena, Stazione di Palena, Majella, Guardiagrele, Orsogna, fino a Ortona nord. Lo sfondamento sul versante adriatico continuò per tutto l’autunno e fu completato con la liberazione di Ortona, ormai in macerie, il 28 dicembre dello stesso anno. Le popolazioni, strette tra i due fuochi, subirono le conseguenze della guerra in casa: razzie, distruzioni, rastrellamenti, stragi ed eccidi furono i principali tipi di violenze delle quali si resero responsabili i tedeschi. Al di sotto della linea, la caccia agli ebrei non costituì una priorità. Con la ritirata che procedeva ad una certa velocità, le retate ebbero infatti esiti limitati; ad eccezione, sfortunatamente, di un comune vicinissimo alla linea Gustav, Castel Frentano.
Il caso di Castel Frentano e la deportazione degli ebrei: i Nagler.
Castel Frentano (CH), paese collinare di circa 5000 abitanti situato tra i fiumi Sangro e Aventino, tra il 1940 e 1943 fu uno dei comuni dell'Abruzzo ad essere designato dalle autorità fasciste come luogo di internamento civile per profughi ebrei stranieri presenti in Italia, oltre che sede di un comando tedesco presso Villa Lanza, dove risiedeva il capitano Foltsche, fino alla liberazione avvenuta il 2 dicembre. Sfortunatamente, il paese ha costituito un unicum nella provincia di Chieti: gli ebrei presenti nei primi giorni di gennaio del 1944, alcuni di loro provenienti dal campo di Casoli, furono arrestati:
Berl Silvio, Fiedler Joseph, Fuerst Arturo, Abrahamson Betty in Fuerst, Grauer Samuele, Jordan Roser in Grauer, Grauer Marco di Samuele, Grauer Titto di Samuele, Harnik Isacco, Nagler Salo, Fitzer Feige, Nagler Giacomo, Syrkus Paolo, Hoffman Olga in Syrkus.
Tutti furono tradotti a Bagno a Ripoli (FI) e poi trasferiti nel carcere di San Vittore a Milano. Qui il 30 gennaio, il ben noto convoglio RSHA n.6, partì dal binario 21 trasportando gli ebrei prelevati dal carcere verso Auschwitz-Birkenau. Giunti nel campo di sterminio il 6 febbraio, dei 605 ebrei 477 vennero subito indirizzati nelle camere a gas e poi ai forni crematori, bambini e neonati inclusi; solo venti si salvarono, tra cui una tredicenne Liliana Segre.
Tra i vagoni di quel treno c’era la sopracitata famiglia Nagler. Fuggita dalla città della Galizia asburgica di Ivano-Frankivs’k, giunse a Trieste nel 1920, dove aprì una ferramenta in Via San Nicolò 12. Subito dopo la dichiarazione di guerra, il padre Salo venne internato a Casoli (CH) e raggiunto successivamente dal figlio Jakob-Giacomo, a tutti noto come “Kubi, a sua volta reduce del campo di concentramento calabrese di Ferramonti di Tarsia, a nord di Cosenza. La madre Eige Fitzer rimase a Trieste, finché venne autorizzata a ricongiungersi nel dicembre del 1941 con marito e figlio, che già dall’estate erano stati trasferiti a Castel Frentano.
Parte di foto e documenti dei Nagler sono stati salvati dalle contingenze belliche grazie ai Weintraub, storici amici di famiglia che raggiunsero gli internati a Castel Frentano, riuscendo poi a sfuggire miracolosamente ai rastrellamenti che avrebbero condotto tutti gli ebrei del luogo ad Auschwitz; fu infatti Rosetta Weintraub, che all’epoca dei fatti aveva 7 anni, a conservare queste testimonianze fino alla vecchiaia, inviando gli originali al cugino di Giacomo Nagler, il prof. John Hoenig, residente in Norfolk (Virginia). Ma non è tutto. Da palazzo Cavacini sono stati acquisiti all’Archivio storico di Castel Frentano un totale di due buste di carte e materiale a stampa appartenuti ai Nagler. Si tratta di tre registri contabili di Giacomo, quaderni di studio di lingue del medesimo, di Giuseppe Crognale e di Rosetta Weintraub, appunti di medicina, ritagli di giornale in ebraico, tedesco e italiano, corrispondenza con la Delegazione assistenza emigranti ebrei (DELASEM) - Genova riguardante Salo Nagler, cartoline postali in bianco con intestazione "Internati civili di guerra - Castel Frentano".
La Soprintendenza Archivistica e Bibliografica dell’Abruzzo e del Molise vigila sulla tenuta degli archivi dei comuni e di tutti gli enti pubblici della regione, garantendo la salvaguardia del patrimonio archivistico, conservando copia degli inventari come quello dell’Archivio storico di Castel Frentano, affinché la memoria non perda mai il suo riferimento chiave alle fonti storiche e a tutte quelle voci dal passato altrimenti inascoltate.
Bibliografia
G. Orecchioni, I sassi e le ombre. Storie di internamento e di confino nell’Italia fascista. Lanciano 1940-1943, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2006.
Giuseppe Liberatoscioli, È veramente ebreo! Giuseppe Venturi e gli ebrei (1938-1944), AGA Editrice, 2018.
Annalisa Cegna, «Alcune riflessioni sull’internamento femminile fascista», Diacronie [Online], N° 35, 3 | 2018, documento 18.
Il materiale fotografico è stato gentilmente concesso per la riproduzione dal centro di documentazione online www.campocasoli.org



